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L’atteggiamento “no problem”

L'atteggiamento "no problem" nella selezione del personale

“Come descriverebbe il colore giallo ad un cieco?”.

Posso immaginare lo smarrimento che può avere provocato in un candidato il sentirsi fare a bruciapelo una domanda del genere nel corso di un colloquio di lavoro.

Secondo quanto riporta Glassdoor, il celebre sito americano che pubblica recensioni anonime inviate dai dipendenti sulle loro aziende, questa domanda è stata rivolta a Fort Lauderdale, in Florida, da un selezionatore della Spirit Airlines, una grossa compagnia low cost. Ormai ogni anno Glassdoor propone una hit parade dei quesiti più stravaganti posti dai reclutatori negli Stati Uniti e per il 2015 ha allargato l’orizzonte con segnalazioni provenienti anche da Canada, Gran Bretagna e Germania.

Il repertorio è davvero sorprendente e in qualche caso esilarante. Vi figurano domande tipo “In un combattimento fra Batman e Spiderman chi vincerebbe?” oppure “Come si procede per misurare l’altezza di un edificio con un barometro?”.

Eccentricità o sadismo?

Niente affatto: tutte le domande che caratterizzano un colloquio di lavoro, anche quelle in apparenza più assurde, hanno evidentemente una loro ragion d’essere.

Certo, far capire cosa è un colore a un cieco è un esercizio ai limiti dell’impossibile.

I colori, tanto più il giallo che richiama il sole, sono luce.

E che idea può farsi della luce chi conosce soltanto il buio? E tuttavia anche il solo tentativo richiede uno straordinario sforzo di comunicazione, di empatia, di inventiva.

Nella lingua inglese esistono due parole che solo apparentemente hanno lo stesso significato: aptitude ed attitude.

Si differenziano per una sola lettera. Proprio per la loro somiglianza vengono spesso contrapposte perché rappresentano i due criteri fondamentali sui quali i selezionatori basano le loro scelte. Col termine aptitude si definisce la competenza, cioè l’attitudine a saper fare qualcosa. Viceversa col termine attitude si definisce l’atteggiamento, cioè come ci si pone di fronte a qualcosa. In una valutazione, quale delle due privilegiare? Io non ho dubbi: nelle centinaia, anzi migliaia, di colloqui che ho condotto ho sempre puntato ad accertare in un candidato il suo atteggiamento prima ancora delle sue competenze. E in questo mi confortano anche fior di ricerche che hanno dimostrato che in nove casi su dieci un inserimento in un gruppo di lavoro non è andato a buon fine perché il neo assunto ha avuto un atteggiamento sbagliato e soltanto in un caso su dieci accade perché alla prova dei fatti il neo assunto non possedeva o non ha acquisito le competenze necessarie.

Ebbene, una delle caratteristiche che apprezzo particolarmente quando si tratta di valutare un candidato è l’atteggiamento “no problem”.

Cosa significa? L’atteggiamento “no problem” è l’esatto contrario dell’atteggiamento “non si può fare” ed è un tratto distintivo di quelle persone che in ambito lavorativo definiamo talenti. Il talento è focalizzato sui risultati e pensa che qualsiasi barriera possa essere abbattuta e qualsiasi difficoltà risolta.

Di fronte a un imprevisto gli psicologi ci dicono che possiamo avere reazioni “flight” o “fight”. Cioè possiamo “volar via” o “combattere”. Il talento non si sottrae alle sfide, non scambia le opportunità per minacce. In poche parole, affrontare un problema per lui non costituisce un problema.

Chi ha visto “La maledizione della prima luna”, il primo film della saga “Pirati dei Caraibi”, ricorderà probabilmente una frase pronunciata da Johnny Depp, nei panni del capitano Jack Sparrow, che esprime perfettamente il concetto: “Il problema non è il problema. Il problema è il tuo atteggiamento rispetto al problema”.

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